domenica 15 aprile 2018

Un bidone in una fredda notte d'inverno

"Toni fa freg!" (Antonio fa freddo!)

Urla Giacu al suo amico.
Siamo in una sera d'inverno del 1956, i due amici si ritrovano in un ciabot, così si chiama volgarmente in piemontese una piccola costruzione agricola, adiacente allo scau (seccatoio) sulle alture di Monastero Vasco.
Sono intenti a dividere le castagne sane da quelle guaste aiutati solo dai loro occhietti vispi e dalla calda fiamma di due candele.

Le castagne sono state raccolte da ottobre fino all'inizio di novembre poi ammucchiate nel seccatoio dove per molti giorni si è tenuto acceso un fuoco tenero che le ha fatte asciugare lentamente. Il fuoco si è ricavato dal legno di castagno raccolto la primavera passata, quando sono stati potati e rimossi i rami rotti dalla neve l'inverno precedente. Per non far spegnere il fuoco da un giorno all'altro, durante la notte, è stata messa sulla brace un po' di "pula", la pelle delle castagne lavorate l'anno prima. Come dice il detto il fuoco cova sotto la cenere...
Il bosco di castagno è un po' come il maiale, non si butta via niente e tutto viene riutilizzato.

Ora è il momento di rimuovere la buccia delle castagne secche e di selezionarle, togliendo quelle colpite da muffa, vermi o altri parassiti. 
Verranno poi vendute in primavera, in sacchi da 50 Kg, o in collane ricavate bucando le castagne e infilandole in un cordino. Quando la neve andrà via arriveranno commercianti che le acquisteranno, alcune finiranno a Milano altre in Liguria. Arriveranno sulle tavole più pregiate, usate per dolci squisiti e ricchi di sapore. Le castagne di seconda scelta invece saranno trasformate in farina, anch'essa venduta o consumata in casa. Quelle guaste ed irrecuperabili verranno date in pasto al maiale che, di li a poco, produrrà carni dal sapore eccezionale. 

A Giacu è capitato poche volte di assaggiare un dolce fatto con le sue castagne, a dir la verità a lui non piacciono molto. E' abituato, quasi costretto, a mangiarle per gran parte dell'inverno. Purtroppo il più delle volte le deve mangiare trasformate in farina o bollite, quando è fortunato le può mettere nel latte.
Non disdegna i "mundaj", le caldarroste, ma quelle si possono fare solo con le castagne fresche. Purtroppo deve ancora passare qualche anno affinché venga allacciata la corrente elettrica nelle case di queste borgate a metà strada tra la montagna e la pianura. Solo allora arriveranno tutti i benefici del boom economico tra cui il frigorifero in cui poter conservare qualche castagna più a lungo.
La famiglia di Giacomo è povera di denari, ma possiede un piccolo appezzamento coltivato con castagni secolari che danno da mangiare e garantiscono un piccolo guadagno. 

Anche se non ama le castagne il suo sogno sarebbe poter assaggiare un marron glacé di pasticceria. Sembra impossibile come i francesi siano riusciti a trasformare una cosa tanto comune come una castagna in un dolce così pregiato. Paiono piccole opere d'arte, quel colorito di un caldo marrone che ricorda l'autunno dei suoi boschi e quella glassa luccicante che fa venire l'acquolina in bocca solo a guardarli. Al sabato mattina, quando va a vendere qualche frutto dell'orto al mercato di Mondovì, li ammira in vetrina sotto i portici della clinica. Purtroppo un solo frutto candito costa quasi come il suo guadagno della giornata. Questo lo demoralizza un po', ma sa che, prima o poi, potrà togliersi quello sfizio.

Giacu è un ragazzo testardo ed anche il fatto che stia pulendo le castagne mentre il fuoco si sta spegnendo lo dimostra.
Le punte delle dita stanno diventando fredde e d'un tratto, lo scrollone dell'amico lo risveglia dal suo viaggiare con la mente durante il lavoro ripetitivo.
"Campa 'n toc ed bosch en tel butal, fa freg!!!" (Butta un pezzo di legno nella botte, fa freddo!!!)

Così si sveglia dal suo pensare, si alza quasi rammaricato di non poter continuare il viaggio nella vetrina della pasticceria  piena di sognati marron glacè, e mette un pezzo di legno nella botte di ferro trasformata in stufa.

E si, nella piccola costruzione, per scaldare le sere d'inverno i due amici accendono un piccolo fuoco all'interno di una botte.

Questo bidone però è particolare, Giacu non lo sa e se l'è trovata trasformata in stufa da suo padre, non fa neanche caso al fatto che questa botte abbia dei rinforzi laterali come due grossi cerchioni e una scritta su entrambe le basi. Lui ha poco più di 11 anni e l'ha sempre vista li, è parte integrante dell'arredamento del ciabot.

Quella sera però la scritta che legge sul coperchio lo colpisce, s'intravede la scritta TARA KG seguita da un numero ormai illeggibile a caratteri marziali, molto simili a quelli che ha visto sui giornali che ogni tanto usa per accendere il fuoco. Sono giornali con figure austere che risalgono ad un periodo di cui i suoi genitori e gli anziani del paese preferiscono non parlare.
La parola tara però stasera gli ricorda qualcosa, così si mette a pensare mentre la buccia secca di qualche castagna scricchiola tra le sue mani. Passa qualche momento, ma non gli viene proprio in mente la soluzione così decide di chiedere all'amico.
In un batter d'occhio Toni gli ricorda la lezione della maestra sentita la settimana scorsa. E si l'avevano proprio studiata da poco, ma a lui le formule e la matematica non entrano proprio in testa, è un piccolo contadino con una spiccata vena per la cucina e le cose buone.

E' quasi mezzanotte ed ad un tratto la porta della piccola costruzione si spalanca, un vento gelido entra nella stanzetta assieme a pagliuzze di neve e qualche scintilla esce dal buco sul fianco del bidone. Un omone grande e grosso si presenta sull'uscio e ammonisce i due ragazzi chiedendo loro se non erano stati fuori casa per un po' troppo tempo. E' il padre di Giacu che, preoccupato per l'ora tarda, è andato a vedere se nel ciabot era tutto tranquillo. I due si giustificano dicendo che non avevano fatto caso al tempo che passava e che volevano finire il lavoro per poter guadagnare qualche soldino in più. 
Alla fine anche Toni, a forza di sentire parlare di marron glacè vorrebbe comprarsene uno quando andrà al mercato sabato prossimo.

Finiscono di sistemare le ultime manciate di castagne della serata e, mentre aspettano che il fuoco si spenga, Giacu chiede a suo padre come mai sul bidone fosse presente la strana scritta tara che fino ad allora aveva visto solo sul sussidiario a scuola. 

Il padre fa un sorriso pensando a quanto fosse bella l'ingenuità dei ragazzi e mettendogli una mano sulla testa gli racconta come quel bidone, in un certo senso, sia legato alla stessa esistenza di Giacu.

Proprio così, nel 1944 la mamma era incinta di poche settimane ed il padre era nascosto sulle colline di Monastero nei dintorni della cascina. La situazione politica dell'Italia non era proprio tranquilla ed il padre di Giacu aveva deciso di lasciare la vita militare dopo l'8 settembre, in realtà non aveva neppure capito cosa stava succedendo. I suoi amici gli raccontavano di brutti fatti avvenuti in Russia con gli alleati tedeschi e di rappresaglie avvenute poco lontane contro la popolazione inerme. In un primo momento aveva pensato di unirsi alla resistenza sui monti, poi, quando seppe dello stato interessante della moglie, non se la sentì e si nascose nei dintorni della casa. A tutti gli effetti era un disertore e anche solo farsi vedere in giro poteva significare la morte per lui e la sua compagna.

Intorno alla piccola cascina non si vedeva quasi mai nessuno così, certe sere, si prendeva addirittura la libertà di andare a dormire a casa. Aveva escogitato un metodo di comunicazione con la moglie; se al pomeriggio veniva steso un panno sulla finestra in fronte alla casa significava che la situazione era tranquilla e che poteva avvicinarsi.
Una sera però, proprio verso mezzanotte, si sentì il rombo di un grosso motore. Aveva perfettamente imparato a riconoscerlo durante il suoi due anni nell'esercito e, anche se non lo vedeva, sapeva benissimo che era un camion tedesco.
Un mezzo tedesco in piena notte che si avvicina ad una cascina spersa nel nulla non poteva essere altro che un rastrellamento. Probabilmente qualcuno aveva fatto la spia o chissà come avevano saputo che a Monastero Vasco erano nascosti sulle colline nei vari seccatoi dei maschi abili al servizio militare. Nella sua testa gli pareva già di sentire le urla dei militari tedeschi e il latrare dei cani, la vita gli passò davanti, ma il pensiero più grande fu che non avrebbe visto nascere suo figlio. Non sapeva che sarebbe stato un maschio, ma in cuor suo se lo sentiva.
Di colpo scese dal letto, il camion era quasi dalla cascina, si mise due vestiti a casaccio e si buttò dalla finestra. Il cane da caccia legato alla catena davanti casa ringhiava e abbaiava come un matto, distrasse gli autisti del mezzo che non videro il fuggitivo. Ebbe il tempo di andare a nascondersi nell'incavo di un grosso castagno e si buttò alcuni rami addosso.
Il camion si fermò proprio davanti alla casa e spense il motore. Non scesero militari e non si sentiva nessun guaito di cani in lontananza ne si vedevano fari di altri mezzi militari. Era un po' strano per essere un rastrellamento. Scesero due ragazzotti che non avevano per nulla l'aria dei militari tedeschi. Il padre di Giacu si fece coraggio e si sporse oltre il bordo del castagno per vedere cosa succedeva. I due ragazzi si avviarono, quasi intimoriti, verso la casa e bussarono alla porta, pensò a quanto doveva essere terrorizzata sua moglie rimasta sola col bimbo in grembo. A quel punto non ci pensò su due volte e saltò fuori dal covo urlando e chiedendo cosa volevano. 
I due si voltarono e, puntando un mitragliatore d'origine inglese in direzione della voce, dissero di essere italiani e partigiani. Forse erano più spaventati loro che il padre di Giacu.
A quel punto le armi si abbassarono, il clima si distese ed i due spiegarono di aver appena rubato il camion carico di fusti di benzina da 200 litri durante un raid al campo di aviazione di Mondovì.
Dovevano dirigersi verso la val Corsaglia dove si sarebbero uniti con alcuni uomini delle bande della Val Casotto a cui avrebbero dovuto consegnare il carico. Probabilmente avevano sbagliato strada ed avevano bisogno d'aiuto per ritrovare la via.
Il padre di Giacu spiego velocemente la strada per la valle e disse loro di fare in fretta ad avviarsi perchè sicuramente qualcuno li aveva visti salire fin lassù e di li a poco la voce si sarebbe sparsa.
I due risalirono sul mezzo e partirono a tutta velocità, quando si avviarono per la discesa un fusto non ben ancorato cadde e rotolò nel dirupo sotto il tornante a causa di uno scrollone.
Il padre di Giacu lo vide e provò subito ad andare a rimuoverlo ma era troppo pesante, 200 litri di benzina più la tara son quasi 240 kg e muoverli in un dirupo non è cosa semplice. 
Fortunatamente il bidone era abbastanza nascosto alla vista, così decise di lasciarlo li e nasconderlo con delle frasche.
Il mattino dopo, come aveva previsto, una camionetta di tedeschi con alcune camice nere si presentarono in paese ad indagare sull'accaduto. Qualcuno disse subito che il camion era andato verso la Valle Corsaglia, ma prima aveva fatto una tappa dalla cascina di Giacu. La voce si sparse veloce per il paese, i fascisti minacciarono di bombardare l'abitato e dare alle fiamme la cascina. Solo l'intervento del prete calmò le acque garantendo con la sua vita che il camion si era fermato non di più di un minuto e che quindi non poteva essere altro che un errore di rotta. I tedeschi fecero una visita alla cascina, entrarono, presero le galline e le uova, spararono al cane ma, non trovando tracce di attività partigiane e solo una donna incinta, risparmiarono la casa dalle fiamme. 
In tutto questo il padre di Giacu era nascosto al sicuro e sapeva benissimo che non poteva farsi vedere anche se fosse accaduto l'irreparabile, la cosa sarebbe stata completamente inutile ed avrebbe solo peggiorato le cose.
I tedeschi dopo poco più di un'ora se ne andarono e non notarono il bidone nella scarpata.

Finalmente arrivò il 1945 e l'Italia venne liberata dalle tirannie, si respirava aria di ripresa e di nuova spensieratezza. Giacu era nato e suo padre con i 200 litri di benzina si era guadagnato qualche soldo rivendendola al mercato nero. Una volta vuoto, il bidone era stato rimosso dalla scarpata e, siccome era molto robusto essendo nato per uso militare, venne trasformato in una stufa. Il padre di Giacu gli praticò un foro per la canna fumaria in alto e un taglio quadrato sul fronte che funzionava da tiraggio.

Il bidone lavorò per molti anni, assieme a Giacu, Toni e i loro genitori che, a volte, si ritrovavano nel ciabot per piccole feste in compagnia. Poi Giacu e Toni crebbero, il primo divenne un ottimo pasticcere che produce ancora oggi ottimi marron glacè che gli ricordano la sua infanzia. Forse è proprio quello il segreto della bontà dei suoi pasticcini, ci mette l'amore per la sua terra. 
Toni continuò la vita da agricoltore e ancora oggi gestisce i boschi di Giacu e rifornisce l'amico di ottimi prodotti della terra. Ogni tanto va a vedere il vecchio seccatoio che ormai è diroccato da anni, il ciabot invece è stato sostituito da un container in lamiera bianca che serve da ricovero attrezzi.

Il bidone con le scritte TARA KG, ormai diventato inutile, è ancora là, all'ombra di un castagno secolare quasi secco e ricoperto dai rovi.

Ogni tanto Giacu e Toni passano di là e raccontano la storia del bidone ai loro bisnipotini.


bidone benzina fusto 200 litri seconda guerra mondiale tara kg Re regio esercito

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Qui potete vederne uno uguale in una foto scattata al campo di aviazione di mondovì nel 1940


Aeroporto mondovì 1940 hangar bidone benzina fusto regio esercito

Come sempre vi ringrazio per aver avuto voglia di leggere fino qui, è una storia inventata una sera di inverno dopo aver trovato il bidone in una passeggiata pomeridiana sulle alture di Monastero Vasco. La storia è inventata ma racconta cose realmente accadute da queste parti.
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